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sabato 7 aprile 2018

Vogue Italia Aprile 2018

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ADUT AKECH IN COPERTINA DI VOGUE ITALIA:

«NON MI PARLATE DI BARRIERE, TUTTI MERITANO LIBERTÀ E FELICITÀ,
TUTTI HANNO DIRITTO DI CERCARLA DOVE VOGLIONO»
CRESCIUTA IN UN CAMPO PROFUGHI, LA TOP MODEL SUD SUDANESE E’ STATA LA PROTAGONISTA DELLE ULTIME FASHION WEEK A PARIGI E MILANO

In uno scenario internazionale sempre più caratterizzato da vecchi e nuovi nazionalismi, e a poche settimane da una tornata elettorale che ha visto il tema dell’immigrazione assumere un ruolo centrale nell’agenda politica italiana, Vogue Italia (a dieci anni esatti di distanza dal celebre “Black Issue”), dedica nuovamente la copertina a una ragazza africana con una storia molto speciale, Adut Akech. Nata nel campo profughi di Kakuma, al confine tra Kenya e Uganda, cresciuta in una casa senza corrente elettrica per poi emigrare a Nairobi e infine, a 6 anni, in Australia, Akech è diventata infatti la top model del momento.

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Dopo aver sfilato in esclusiva per Saint Laurent per tre collezioni, e aver preso parte a quattro campagne del brand parigino, Akech ha aperto lo show di Valentino dello scorso 4 marzo ed ha sfilato tra gli altri per Saint Laurent, Prada, Fendi, Versace, Chanel, Miu Miu, Alexander McQueen, Givenchy, Stella McCartney, Sonia Rykiel, Loewe, Marni, Salvatore Ferragamo, MaxMara, Moschino, Burberry, J.W. Anderson, Simone Rocha, Calvin Klein Anna Sui, H&M, Bottega Veneta, cosa che fa di lei la modella protagonista della stagione.
«Tutti meritano libertà e felicità, tutti hanno diritto di cercarla dove vogliono. Ogni volta che sento parlare di barriere, mi si spezza il cuore». Akech è infatti nata 18 anni fa nel campo profughi costruito dall’Onu a Kakuma, in Kenya, per accogliere i Sud sudanesi che, come i suoi genitori, scappavano dalla guerra civile. Lì è cresciuta, tra 180 mila persone stipate in uno spazio che ne doveva contenere 70 mila, prima di traslocare a Nairobi, e poi emigrare a 6 anni con i genitori a Adelaide, dall’altra parte dell’Oceano Indiano.
«Al campo vivevo con un'altra famiglia sud sudanese appartenente alla mia stessa tribù, con cui dividevo quattro stanze. Poi c’erano i miei cugini, con cui giocavo con una palla fatta di stracci. Rispetto a loro sono stata fortunata: hanno assistito a violenze e omicidi. Io mai», racconta la modella nell’intervista a Vogue Italia. A insegnarle a scrivere, ricorda Adut, è stata «mia sorella maggiore, l’unica che poteva frequentare la scuola: nel campo profughi studiare era costoso e non ce lo potevamo permettere. Sfruttavamo le ore del giorno perché di sera non c’era energia, e a illuminare le stanze c’erano una lampada a olio». La sua vita è cambiata in modo inimmaginabile, ma dei suoi sogni di allora – «un’educazione, una casa, cibo sufficiente per mia madre e i miei fratelli» – almeno uno lo deve ancora portare a compimento: «Studiare. Ho finito le superiori e ho appena iniziato Economia. Ovviamente online, per via dei tanti viaggi».
Adut Akech pensa che il mondo del lusso abbia molta strada da fare verso la piena rappresentazione delle diverse forme di bellezza – «Vedere una donna non bianca di fianco a una confezione di profumo è ancora troppo raro» – e ammette che la sua pelle, «parecchio scura anche per i parametri delle persone di colore», la fa sentire molto osservata quando si trova a Milano: «Ma non mi faccio mai domande sulle intenzioni di quegli sguardi. Cerco di non farmi toccare».

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